1. CAPITOLI 1, 2 e 3 — PRINCIPI GENERALI

Henri L. Rossier

INTRODUZIONE

La differenza fra il libro di Giosuè e quello dei Giudici è notevole. Giosuè, tipo sorprendente dello Spirito di Cristo che agisce in potenza, conduce il popolo d’Israele alla conquista del paese della promessa, Canaan, e qui lo fa abitare in pace. Il libro dei Giudici, invece, ci presenta un altro aspetto delle cose. Prendendo come punto di partenza le benedizioni elargite ad Israele nel paese di Canaan e affidate alla sua responsabilità, questo libro ci mostra la condotta del popolo di fronte a tali benedizioni. Ha dimostrato di meritare la fiducia che Dio riponeva in lui? È vissuto all’altezza dei suoi privilegi? Il libro dei Giudici ci dà la risposta. La storia d’Israele e quella della Chiesa hanno molti punti in comune. L’epistola agli Efesini del Nuovo Testamento è come il libro di Giosuè del Vecchio Testamento poiché ci presenta la Chiesa come già introdotta nel cielo, per godere di tutte le benedizioni spirituali in Cristo, e combattere non più come Israele «contro sangue e carne», ma «contro i principati, contro le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità che sono nei luoghi celesti» (Efesini 6:12). La seconda epistola a Timoteo corrisponde al libro dei Giudici. La Chiesa non è rimasta al livello spirituale dei primi tempi e, come Israele, non è stata fedele. Ha abbandonato il primo amore ed è andata in decadenza fino al punto in cui oggi si trova. Anche il singolo uomo, chiunque sia, riproduce nella sua vita la stessa storia d’Israele e della Chiesa. È il cammino dell’uomo benedetto da Dio, ma che viene meno alla sua responsabilità. Da Adamo a Noè, da Noè ad Israele, da Israele alle nazioni, dalle nazioni alla Chiesa, è sempre il medesimo quadro.

In questa Parola divina abbiamo la chiara descrizione di ciò che siamo, ma impariamo anche a conoscere chi è Dio. Egli ci esorta incessantemente a non lasciarci sfuggire le benedizioni di cui ci ha arricchiti e a ritornare a Lui quando ci siamo allontanati. Ma Dio non si limita a darci avvertimenti. Manifestando davanti a noi le ricchezze della sua grazia, ci mostra che Lui ha delle risorse quando noi abbiamo perduto tutto. La sua voce è potente per risvegliare l’uomo addormentato fra i morti e il suo braccio per liberare quelli che, per la loro infedeltà, sono ritornati in schiavitù. Vi è un combattimento della fede preparato per i tempi di rovina, un sentiero sconosciuto all’occhio della carne, ma familiare alla fede e praticabile dai più semplici. Dio ci mostra, in altre parole, che in un tempo di rovina Egli può essere pienamente glorificato così come nei tempi più prosperi della Chiesa.

1. CAPITOLI 1, 2 E 3 — PRINCIPI GENERALI

1.1 Condizione d’Israele alla morte di Giosuè (leggere cap. 1:1-16)

I versetti da 1 a 16 del primo capitolo sono una prefazione al libro dei Giudici. «Dopo la morte di Giosuè....» Queste parole sono il punto di partenza del libro. Non si tratta ancora di decadenza, ma di ciò che la precede. Nella narrazione che segue vediamo che Giosuè, tipo dello Spirito di Cristo in potenza, non c’era più in Israele. Così pure, nella storia della Chiesa, il tempo delle potenti opere dello Spirito di Dio durò poco. Senza dubbio, come al tempo degli «anziani che sopravvissero a Giosuè» (2:7), la presenza degli apostoli mise una diga all’invasione del male. Ma nel caso di Israele come in quello della Chiesa, la presenza di certi princìpi deleteri facevano prevedere che, appena il freno fosse stato tolto, la decadenza avrebbe avuto inizio. In apparenza, tutto procedeva bene in Israele. Le tribù prendono posizione di fronte ad un mondo nemico. Quando interrogano l’Eterno per sapere chi per primo doveva salire contro il Cananeo, Dio risponde: «Salirà Giuda; ecco, io gli ho dato il paese nelle sue mani» (v. 1 e 2). Giuda poteva dunque contare sulla fedeltà di Dio, ma vediamo che già gli manca la semplicità della fede e che la sua dipendenza dal Signore è più apparente che reale. «E Giuda disse a Simeone, suo fratello: Sali meco nel paese che m’è toccato a sorte, e combatteremo contro i Cananei; poi, anch’io andrò teco in quello ch’è toccato a te. E Simeone andò con lui» (v. 3).

Forse Giuda sa di essere debole; però, invece di guardare a Dio per trovare in Lui l’energia che gli manca, la cerca in Simeone, e mostra di non avere fiducia nel Signore. È vero che non si allea coi nemici dell’Eterno, ma ricorre a Simeone, che è suo fratello. Tuttavia, sotto il pretesto di accellerare l’opera di Dio, vediamo già sorgere il principio delle alleanze e delle associazioni umane che è diventato oggi il principio dominante di ogni attività nella cristianità. Dio aveva forse bisogno di Simeone per dare a Giuda la parte della sua eredità?

In apparenza, il risultato di questa azione comune fu eccellente. In Giosuè 19:9 leggiamo che «la parte dei figliuoli di Giuda era troppo grande per loro». Ma la parte dei figli di Simeone non fu la migliore, poiché fu presa da ciò che Giudà non poteva conservare; essi ricevettero così la loro eredità dal superfluo d’un altro, all’estremo confine meridionale del paese d’Israele, verso il deserto. Non è che Dio disapprovi l’una o l’altra tribù, poiché è scritto (v. 4) che «il Signore diede loro nelle mani i Cananei e i Ferezei»; però, il combattimento intrapreso sulla base di un’alleanza umana non può che avere le caratteristiche di ciò che è «umano». Le due tribù alleate prendono Adoni-Bezek e gli tagliano i pollici delle mani e dei piedi (v. 6). Era forse ciò che Dio aveva comandato? Giosuè non aveva fatto così ai re di Gerico, di Ai, di Gerusalemme, di Mekkeda, e a tutti i re della montagna e della pianura. No. Questa mutilazione del nemico altro non era che una rappresaglia umana. Era pure ciò che Adoni-Bezek era abituato a fare: egli umiliava così il suo nemico pur tenendolo alla sua corte, poiché la sua presenza faceva risaltare la sua gloria di vincitore. Simili fatti avvengono anche nella storia della Chiesa. Quante volte essa fa sfoggio delle sue vittorie passate per esaltarsi ai propri occhi e farsi valere agli occhi degli altri! Il nemico umiliato ha sovente una coscienza più sensibile del popolo di Dio in stato di prosperità. Infatti Adoni-Bezek riconosce d’aver agito male verso i re vinti e si umilia sotto il giudizio di Dio.

«Giuda marciò contro i Cananei che abitavano a Hebron (il cui nome era prima Kiriath), e sconfisse Seshai, Ahiman e Talmai. Di là marciò contro gli abitanti di Debir, che prima si chiamava Kiriath-Sefer» (v. 10 e 11). Giosuè 15:14-15 attribuisce a Caleb ciò che il nostro capitolo attribuisce a tutta la tribù di Giuda, perché in quell’occasione Caleb, con la sua energia, la sua perseveranza e la sua fede, dette la sua impronta a tutta la tribù. Non era questo il carattere dei primi tempi della Chiesa, dove tutti erano di un solo cuore e d’un’anima sola, e camminavano con una stessa fede verso la meta?

Nel corso della storia dei giudici che Dio suscitava per liberare Israele, vedremo che prevale la fede individuale, e così è sempre stato anche nei vari risvegli della storia della Chiesa. Questo fatto, umiliante per la collettività, è però incoraggiante per l’individuo. Che onore per Caleb fu la vittoria di Giuda! Non dimentichiamo, d’altra parte, che ognuno di noi può contribuire a dare un carattere di debolezza o di forza all’insieme del popolo di Dio. Se ci fossero oggi molti «Caleb» in mezzo alla Chiesa infedele!

La storia di quest’uomo di Dio ci offre un altro incoraggiamento. La fedeltà individuale stimola e ravviva sempre, anche nei tempi più tristi della Chiesa, l’energia spirituale in altri. Otniel, testimone della fede di Caleb, è spinto ad agire come lui. Fa, per così dire, tirocinio sotto di lui e finisce per diventare il primo giudice d’Israele. Ma a lui non basta essere della famiglia di Caleb; egli combatte per godere una nuova relazione, quella di sposo con la sua sposa, e riceve Acsa per moglie. Il capitolo 15 di Giosuè ci racconta questo fatto esattamente con gli stessi termini, poiché sia in giorni prosperi come in tempi di decadenza la fede individuale gode degli stessi grandi privilegi. La Chiesa è stata infedele ed ha perso il sentimento della sua relazione con Colui che se l’è acquistata per mezzo della sua vittoria. Ma questa relazione può essere conosciuta e gustata oggi nella sua pienezza da ogni credente fedele. 

L’unione con Acsa fa sì che Otniel entri in possesso di un’eredità. La nostra parte assomiglia alla sua. Noi realizziamo la nostra posizione celeste soltanto quando abbiamo preso posizione di fronte al mondo e i nostri cuori sono affezionati alla persona di Cristo. Tuttavia, quel prezioso territorio non basta ad Acsa. Quel campo è sterile e non potrebbe dare alcun frutto se suo padre non le desse anche «le sorgenti superiori e le sorgenti inferiori». Acsa le ottiene, così come, in altre circostanze, il fedele che attraversa l’arida valle di Baca la trasforma in «luogo di fonti» ed è anche colmato delle benedizioni che vengono dal cielo (Salmo 84:5-6). Acsa è una donna bramosa, ma bramosa delle benedizioni di Canaan! È triste la nostra situazione se siamo avidi delle cose del mondo, ma Dio ci approva se siamo avidi delle cose del cielo. Egli risponde a quest’avidità con abbondanti benedizioni spirituali che scendono su noi e sgorgano da noi; risponde invece all’avidità del mondo con dei castighi, come quello che cadde su Acan quando bramò ciò che era interdetto (Giosuè 7:19-26).

Il versetto 16, che chiude questa prima parte del libro, ci parla dei figli del Keneo, cioè di Jetro, il suocero di Mosè. La storia di questa famiglia, uscita da Madian e imparentata con Mosè, è interessante. Quando Jetro, dopo aver visitato Israele nel deserto, tornò al suo paese (Esodo 18:27), Mosè chiese che Hobab, figlio di Jetro, facesse da guida al popolo per trovare i luoghi dove accamparsi nel deserto (Numeri 10:29, 32). Lui rifiutò, ma i suoi figli fecero come Caleb e seguirono fedelmente il popolo di Dio nel suo lungo cammino (Giudici 4:11, 1 Samuele 15:6). Simili a Rahab, questi figli d’uno straniero salirono da Gerico, la città delle palme (1:16, Deuteronomio 34:3) per essere associati alla sorte d’Israele. Fecero come Ruth, che si affezionò ad Israele e non lo abbandonò più. I figli di Hobab s’imparentarono con la famiglia di Caleb, che ebbe per capo il fedele Jabes, il quale fece delle richieste intelligenti al Dio d’Israele e ricevette ciò che aveva chiesto (1 Cronache 2:50-55, 4:9-10). Dai Kenei discesero i Recabiti, e quando la Parola terminala loro storia, li loda come dei veri Nazirei in mezzo alla rovina d’Israele. Ma, ahimè! questa famiglia fedele, uscita dalle nazioni, ha anche la sua parte nel libro della decadenza. Lo constateremo al cap. 4, con l’esempio di Heber il Keneo. Non posso far a meno di applicare questa storia alla Chiesa uscita anch’essa dalle nazioni. Nel suo insieme ha fallito la sua testimonianza; ma, come ci furono i figli di Recab fra gli Israeliti, così vi sono in essa dei fedeli che cammineranno fino alla fine in una santa separazione dal male, ubbidendo alla parola che il Capo ha loro trasmesso.

1.2 I caratteri della decadenza (leggere cap. 1:17-36)

I versetti precedenti presentavano già alcuni sintomi della decadenza in mezzo ad uno stato ancora fiorente; ma in questi vediamo i caratteri veri e propri della decadenza. Essa differisce dalla «rovina»che è la decadenza giunta a maturità, come ce la presenta il cap. 2. L’una e l’altra le vediamo anche nella storia della Chiesa. Per convincersene, basta leggere le lettere alle sette chiese dell’Apocalisse. In cosa consiste la decadenza? Una parola, una sola parola la contraddistingue: la mondanità. Questa parola significa la comunanza di cuore, di princìpi e di cammino col mondo. Come sarebbe facile evitarla se il cuore dei figli di Dio fosse integro dinanzi a Lui! Israele, invece di cacciare i Cananei, li teme, li sopporta, si stabilisce insieme a loro, nello stesso paese. Così la Chiesa, vista nel suo insieme, si è alleata col mondo. Vedremo più tardi i risultati disastrosi di questa alleanza; per ora la Parola di Dio si limita a stabilire questa realtà: Israele non si separò dalle nazioni in Canaan.

Un secondo principio risalta dal nostro passo. La decadenza è un fatto graduale. Da una tappa all’altra, Israele scende il pendio fino al momento solenne in cui l’angelo del Signore lascia per sempre Ghilgal per andare a Bokim. Così è della Chiesa e anche di molti credenti individualmente. Se un cristiano, dopo aver camminato nella potenza dello Spirito Santo, accorda al mondo un piccolo posto nel suo cuore, sarà a poco a poco soggiogato da questo nemico; ha cessato di combatterlo e finirà la sua carriera nell’umiliazione della sconfitta

I capitoli 19, 20 e 21 del libro dei Giudici narrano avvenimenti che precedono storicamente il primo capitolo. Ritorneremo su questo dettaglio, ma lo accenniamo qui per rilevare un terzo principio in apparenza contraddittorio col secondo, cioè che lo stato morale del popolo era fin dall’origine estremamente basso, prima ancora che Dio lo abbandonasse ai suoi nemici. Così, nella storia del cristianesimo, appena l’ultimo apostolo ha lasciato la scena di questo mondo un abisso spaventoso si scavò fra i princìpi della Chiesa primitiva e quelli dei tempi che seguirono. I cristiani perdettero in poco tempo persino le nozioni elementari della salvezza per grazia, dell’opera della croce, della giustificazione per fede.

Il decadimento graduale e la rovina finale sono di grande importanza per noi. Essi ci mettono in guardia contro la minima tendenza mondana e ci mostrano che, non potendo fondare nulla su noi stessi e sul nostro «vecchio uomo», non dobbiamo far altro che tenerci per morti con Cristo sulla croce, per dipendere interamente da Dio e dalla sua grazia.

Ed ora entriamo nel dettaglio del nostro passo. «Giuda partì con Simeone suo fratello, e sconfissero i Cananei che abitavano in Tsefath; distrussero interamente la città che fu chiamata Hormah (che significa distruzione, sterminio)» (1:17). Questo fatto è notevole e ricorda il libro di Giosuè: la tribù di Giuda respinge ogni alleanza, ogni comunione col Cananeo e le fortezze dei Filistei sono conquistate. «E l’Eterno fu con Giuda» (v. 19). Ma perché Giuda prende possesso solo della montagna? Perché non caccia anche gli abitanti della valle? Ahimè ! Giuda teme i loro «carri di ferro». Diffidando delle sue forze, Giuda s’era alleato con Simeone; ma, come abbiamo visto, la vera causa era una certa sfiducia in Dio. Alla mancanza di fede nella potenza di Dio segue il timore della potenza del mondo. Non avevano essi, qualche tempo prima, in un giorno di vittoria, bruciato i carri di Jabin? (Giosuè 11:4,6,9). Non aveva l’Eterno promesso alla casa di Giuseppe che avrebbe scacciato i Cananei, benché questi avessero dei carri di ferro e fossero potenti? (Giosuè 17:18). Cos’erano per il Signore dei carri di ferro? Quando viene meno la nostra fiducia in Lui e nelle sue promesse, diciamo anche noi, come le spie mandate da Mosè per esplorare il paese: «Abbiamo visto i giganti, figliuoli di Anac; di fronte ai quali ci pareva di esser locuste, e tali parevamo a loro» (Numeri 13:33).

Che contrasto con Caleb! (v. 20). Egli scaccia il nemico, e persino i tre figli di Anac, da tutta la sua eredità. In un tempo di decadenza, la fede individuale può realizzare cose di cui la collettività è incapace.

Al v. 21, i figli di Beniamino non scacciano i Gebusei che abitano Gerusalemme. La tribù di Giuda, nei tempi prosperi, aveva messo quella città a fil di spada e l’aveva data alle fiamme. Ma il nemico vinto non si era rassegnato alla sconfitta. Il rilassamento d’Israele gli offre un’occasione favorevole per non cedere, e così «i Gebusei hanno abitato coi figliuoli di Beniamino in Gerusalemme, fino al dì d’oggi».

La storia della casa di Giuseppe (v. 22-26) ricorda quella di Rahab, al capitolo 2 di Giosuè, ma con un’ importante differenza: manca l’opera della fede. L’atto dell’uomo che usciva dalla città di Luz e che diede informazioni ai figliuoli d’Israele, è quello d’un traditore, non d’un credente. Giuseppe lo adesca promettendogli salva la vita; ma vediamo che lui, dopo la sua liberazione, ritorna al mondo, invece di associarsi come Rahab al popolo di Dio, e ricostruisce, nel paese degli Hittei, quella città di Luz che il Signore aveva poco prima distrutta.

Numerose sono le città da cui Manasse non scaccia gli abitanti. Notiamo questa parola: «Essendo i Cananei decisi a restare in quel paese» (v. 27). Per il credente indebolito, la volontà del mondo ha maggior forza della parola e delle promesse di Dio. Quando Israele «si fu rinforzato» assoggettò, è vero, i Cananei a servitù, «ma non li scacciò del tutto». La cristianità, divenuta potente e ricca, fece lo stesso con il paganesimo, e non certo per un atto di fede.

Efraim e Zabulon lasciano che il Cananeo si stabilisca in mezzo a loro (v. 29-30). Ormai il mondo fa parte del popolo di Dio.

Ascer e Neftali (v. 31-33) fanno ancora peggio: abitano in mezzo ai Cananei! Israele è sommerso da questi popoli pagani.

Per Dan la situazione è ancora più grave. Con questa tribù il triste quadro è completo: «E gli Amorei respinsero i figliuoli di Dan nella contrada montuosa e non li lasciarono scendere nella valle» (v. 34). Il mondo ottiene quel che vuole: scacciare i figliuoli di Dio dalla loro eredità. Satana ha sempre l’obiettivo di privarci dei beni che fanno la nostra gioia e la nostra forza, e purtroppo talvolta ci riesce.

Ricordiamoci di questa gradualità nella decadenza. Povero Israele! Vedremo che in capo a qualche anno abbandona il suo Dio che l’aveva tratto dal paese d’Egitto e si prostra davanti ai falsi dei. Come conseguenza e castigo della sua idolatria, sarà oppresso e predato dai suoi nemici.

Fratelli nel Signore, noi tutti viviamo nel periodo della decadenza del cristianesimo. È troppo tardi per un ritorno collettivo alla fedeltà e all’ubbidienza. Risaliamo, almeno individualmente, questo sentiero sdrucciolevole e in discesa. Guardiamoci dal mondo; diffidiamo delle sue esche, anche quelle che sembrano le più inoffensive.

Impegnamoci, in questi tempi della fine, ad essere di quei fedeli a cui il Signore può dire: «Entrerò da lui, e cenerò con lui, ed egli con me» (Apocalisse 3:20).

1.3 Origini della decadenza e sue conseguenze (leggere cap. 2:1-5)

Il popolo d’Israele non si è mantenuto separato dal mondo. Questo fatto denota che non aveva più la forza per sbarazzarsi del nemico. Perché tale mancanza di forza? I versetti che abbiamo letto rispondono a questa domanda. «Or l’angelo dell’Eterno salì da Ghilgal a Bokim» (v. 1).

Il libro di Giosuè, che registra le vittorie d’Israele, è caratterizzato da Ghilgal, luogo meravigliosamente benedetto, dove il popolo trovava il segreto della sua forza. Era il luogo dove era avvenuta la circoncisione degli Ebrei nati durante la traversata del deserto (Giosuè 5), ed è una figura dello «spogliamento della carne». È scritto in Colossesi 2:11: «In lui (cioè Cristo) siete anche stati circoncisi d’una circoncisione non fatta da mano d’uomo, ma dalla circoncisione di Cristo, che consiste nello spogliamento del corpo della carne» (Colossesi 2:11). Alla croce di Cristo, nella sua morte, il credente ha trovato la condanna totale e la fine della sua «carne». A Ghilgal, l’Eterno aveva «tolto l’obbrobrio dell’Egitto» disopra al suo popolo, il quale, liberato, simbolicamente, dalla dominazione della carne che lo legava all’Egitto (il mondo), poteva finalmente appartenere a Dio solo. Ma come per Israele occorreva ritornare costantemente a Ghilgal, il credente deve realizzare costantemente la mortificazione della carne. Deve applicare questa morte di Cristo nella sua vita d’ogni giorno, e tagliar via ogni frutto che cresce sull’albero della carne (Colossesi 3:5). Il segreto della nostra forza spirituale si trova infatti nel giudizio continuo di ciò che siamo e di ciò che produciamo per natura.

Questo spiega le vittorie del libro di Giosuè. Gli Israeliti ritornarono sempre a Ghilgal, salvo in un solo caso (Giosuè 3:2), e così subirono una sconfitta. Adesso, al tempo del libro dei Giudici, Ghilgal è trascurato, dimenticato completamente. E così, mancando il giudizio giornaliero dei loro cuori, essi si mondanizzano. L’angelo dell’Eterno, che rappresenta la potenza divina in mezzo al popolo, aveva aspettato a lungo un ravvedimento e un ritorno. Ma Israele non è tornato. All’angelo non resta che lasciare quel luogo benedetto per salire a Bokim, che significa «luogo dei pianti». Dov’erano quei giorni di forza e di gioia, nei quali Gerico cadeva al suono delle trombe di Dio? E i giorni di Gabaon, e quelli di Hatsor? Svaniti per sempre! Le benedizioni, fondate su Ghilgal, non potevano risorgere per Israele. La potenza dell’Eterno non era più a disposizione del popolo, considerato come un tutto unico. Erano lontani i tempi benedetti in cui Israele saliva volontariamente a Ghilgal, giudicando così, in figura, la propria carne, per non peccare e per vincere. Lontano era pure il giorno umiliante ma benedetto di Acor (Giosuè 8), in cui il popolo giudicò il proprio peccato, e fu ristorato.

A Bokim, Israele piange, obbligato a subire il castigo e le sue irrimediabile conseguenze. La riabilitazione ormai non è più possibili. Dio non ristabilisce ciò che l’uomo ha rovinato. E la Chiesa nel suo insieme ha seguito lo stesso cammino; la sua rovina durerà fino al termine della sua storia come Chiesa visibile sulla terra. Essa pure, divenuta infedele, si è stabilita in mezzo al mondo, e ora in essa vi è una mescolanza corrotta di ogni sorta di iniquità che durerà fino alla fine. Dio la paragona ad una grande casa che contiene dei vasi ad onore ed altri a disonore. Eppure verrà il momento in cui, finita la storia della responsabilità dell’uomo, il Signore presenterà a Se stesso la propria Chiesa, gloriosa, senza macchia, né ruga, adorna d’un’eterna giovinezza.

Non è un sentimento d’umiliazione che, a Bokim, riempie il cuore di quel povero popolo; esso versa delle lagrime all’annuncio del giudizio ma non trova via di uscita, perché non esiste. In questo libro troviamo dei tempi di liberazione parziali ed anche qualche caso di vera umiliazione (cap. 10:15-16). Ma il ristoramento d’Israele come popolo, nella sua globalità, avverrà solo in un tempo futuro. Ne troviamo una realizzazione parziale al tempo di Samuele, giudice e profeta, tipo di Cristo vero profeta e vero giudice. È come l’aurora d’un tempo nuovo, immagine di quel giorno futuro in cui Israele ritroverà per mezzo dell’umiliazione il suo posto benedetto come popolo di Dio. Samuele convocherà il popolo a Mitspa (1 Samuele 7), il luogo «dell’umiliazione» e non solo il luogo «dei pianti». Là essi attingeranno dell’acqua e la spargeranno davanti all’Eterno, digiunando per tutto un giorno. Essi diranno: «Abbiamo peccato contro l’Eterno» e là abbandoneranno i falsi dei. Sarà il principio di un’era di benedizioni che brillerà poi in tutto il suo splendore sotto i regni di Davide e di Salomone. Bokim caratterizza il libro dei Giudici, come Ghilgal il libro di Giosuè. Il luogo dei pianti caratterizza pure il periodo attuale della storia della Chiesa responsabile. Non è più possibile tornare indietro; quando un edificio è rovinato, una riparazione non servirebbe ad altro che ad ornare la sua rovina, cosa più fatale ancora della rovina stessa.

Per Israele non si tratta più di ritrovare la forza perduta; l’Angelo dell’Eterno è salito da Ghilgal a Bokim. L’Eterno odia le pretese di forza in un tempo come il nostro; l’attività dell’uomo e della carne, che vediamo spiegarsi da ogni parte, non ha nulla a che fare con la potenza dello Spirito. Quelli che gridano ad alta voce: «La potenza di Dio è con noi», mi fanno pensare alla folla che circondava Simone il mago: «Costui è la potenza di Dio che si chiama la Grande» (Atti 8:10); e a Laodicea che dice: «Io sono ricco», non sapendo di essere, invece, infelice, miserabile povero, cieco e nudo!

Tuttavia non dimentichiamo che, se la Chiesa come testimonianza collettiva ha fallito, il Signore ha dei fedeli testimoni di Cristo in mezzo alla rovina, che riconoscono la rovina e piangono su di essa nella presenza di Dio. Troviamo qualcosa di simile in Ezechiele 9:4. Gli uomini di Gerusalemme che gemono e sospirano sono segnati sopra la fronte dall’Angelo dell’Eterno; sono un popolo umiliato, come in Malachia 3 (v. 13-18), dove troviamo due categorie di persone: quelle che dicono (v. 14): «Che abbiamo guadagnato... ad andare vestiti a lutto, a motivo dell’Eterno degli eserciti?», e i fedeli, un residuo debole e umiliato, che si sono parlati l’uno all’altro, aspettando il Messia che solo poteva portare loro la liberazione. Il loro abbassamento è proficuo, poiché li fa guardare verso Colui che «rileva il misero dalla polvere e trae su il povero dal letame, per farli sedere coi principi» (1 Samuele 2:8).

Credenti, prendiamo anche noi questo posto; non rimaniamo indifferenti allo stato della Chiesa di Dio in questo mondo; piangiamo, poiché tutti vi abbiamo contribuito. Riconosciamo, come Filadelfia, d’avere poca forza, ma udremo il Signore dirci con voce consolante: Io ho «la chiave di Davide», mia è la potenza, non temere; io la metto interamente a tua disposizione!

Nei versetti 1-3, l’angelo del Signore parla al popolo. Dio era forse venuto meno al suo patto? Non aveva forse compiuto tutto ciò che aveva detto? Israele che aveva rotto il patto. «Perché avete fatto questo?». Questa domanda tocca la nostra coscienza e la scruta. Perché hai preferito il mondo e le sue concupiscenze alla potenza dello Spirito di Dio? Hai preferito gli idoli allo sguardo ineffabile della faccia del Signore!

Israele piange e sacrifica all’Eterno (v. 5). Quanto è commovente la grazia di Dio che permette l’adorazione in mezzo alla rovina! Il luogo dei pianti è un luogo di sacrifici, e Dio accetta le oblazioni fatte a Bokim.

1.4 La rovina nei rapporti d’Israele con Dio (leggere cap. 2:6 a 3:4)

I versetti da 6 a 9 del capitolo 2 sono la ripetizione di Giosuè 24:26-31, e collegano immediatamente la storia della decadenza a quella del popolo prima della sua caduta. Vi furono ancora degli anziani dopo Giosuè per aiutare ed incoraggiare Israele, come vi furono degli apostoli per la Chiesa. Ma, al tempo degli apostoli come ai giorni di quegli anziani, erano già all’opera i princìpi distruttori della Chiesa: giudaesimo, mondanità, corruzione. Paolo s’opponeva a tutte queste cose con la potenza dello Spirito di Dio, ma anche con la certezza che dopo la sua partenza sarebbero entrati dei lupi rapaci che non avrebbero risparmiato il gregge. La fine del cap. 1 ci ha mostrato la decadenza d’Israele nei suoi rapporti col mondo; i versetti che abbiamo letto ci presentano la sua rovina nei suoi rapporti con Dio. Questo passo ci dà un riassunto di tutto il libro dei Giudici. La mondanità e l’idolatria vanno di pari passo. I nostri cuori si portano verso il mondo nella misura in cui si distolgono da Dio; e allora non manca che un passo ad abbandonare il Signore e a sostituirlo con degli idoli. Non è a caso che lo Spirito ci rivolge l’esortazione solenne: «Figliuoletti, guardatevi dagli idoli» (1 Giovanni 5:21). Quando ci associamo al mondo, gli oggetti che esso adora vengono a stabilirsi da padroni nei nostri cuori e a prendervi il posto di Cristo.

Due cose denotano il declino spirituale della generazione che seguì Giosuè. Essa «non conosceva il Signore, né le opere ch’Egli aveva compiute a pro d’Israele» (v. 10). Mancando la conoscenza personale di Cristo e del valore della sua opera, la via è aperta allo straripare del male. È ciò che accadde ad Israele: «Abbandonarono l’Eterno e servirono a Baal e agl’idoli d’Astarte» (v. 13). Allora l’ira del Signore s’accese contro il popolo che li abbandonò ai nemici esterni che li predarono (cap. 2 v. 14), e lasciò al loro fianco il nemico interno (3:3). Il nemico nella casa di Dio è il sintomo caratteristico degli ultimi tempi. Le nazioni, di cui il cap. 1 dell’epistola ai Romani descrive il terribile stato morale, sono stabilite ai giorni nostri con tutti i loro princìpi di corruzione (2 Timoteo 3:1-5) nel mezzo di quell’edificio che era uscito così bello dalle mani del divino architetto; esso fu da Lui affidato alle mani dell’uomo, e da allora contiene materiali destinati ad essere bruciati, e una triste mescolanza di vasi ad onore e di vasi a disonore (2 Timoteo 2:16-21). È un giudizio di Dio sulla sua casa il fatto ch’Egli vi lasci sussistere queste cose. Quanto poco ce ne rendiamo conto noi cristiani!

Ma il Dio che giudica è pure il Dio che ha pietà (v. 18). Israele geme sotto l’oppressore. Allora l’Eterno volge lo sguardo su quel popolo, in favore del quale aveva operato grandi cose, e suscita dei liberatori. È questa la storia che vedremo svolgersi nel libro dei Giudici. Ce ne è dato il riassunto in anticipo. Vi sono dei risvegli, ai quali segue un momento di riposo e di benedizione. Le catene sono spezzate per un po’ di tempo, il nemico è ridotto al silenzio... Ma come Dio lascia il popolo a se stesso, esso ricade nell’idolatria, esattamente come prima. «Non rinunciavano minimamente alle loro pratiche e alla loro caparbia condotta» (v. 19).

Cosa rimaneva da fare? Una cosa degna di Dio! Nella sua grazia, Egli si serve delle infedeltà e delle sue conseguenze per benedire il suo popolo. Lasciando sussistere le nazioni, Dio non ha soltanto in vista il castigo, ma vuole pure mettere alla prova Israele, «per vedere se si atterranno alla via dell’Eterno e cammineranno per essa, come fecero i loro padri» (2:22), vale a dire per vedere se si separeranno dal male. Anche oggi, come si vede nella seconda epistola a Timoteo, Dio si serve della mescolanza di vasi ad onore e a disonore per provare i cuori dei fedeli e benedirli. «Se dunque uno si serba puro da quelle cose, sarà un vaso nobile, santificato, atto al servigio del padrone, preparato per ogni opera buona» (2 Timoteo 2:21). Che bella descrizione dei caratteri d’un credente fedele in tempi difficili! Anche nella rovina Dio ci mostra un cammino che lo glorifica, come nei giorni più prosperi della Chiesa.

Lasciando sussistere queste nazioni per provare Israele, l’Eterno aveva in vista anche altri scopi (3:4): «Vedere se Israele ubbidirebbe ai comandamenti che l’Eterno aveva dati ai loro padri per mezzo di Mosè». Dio aveva in vista di ricondurre il cuore d’Israele a quella Parola ch’Egli aveva dato loro al principio e che era la loro sola salvaguardia. Oggi è lo stesso: «Ma tu», dice l’apostolo a Timoteo, «persevera nelle cose che hai imparate e delle quali sei stato accertato, sapendo da chi le hai imparate, e che fin da fanciullo hai avuto conoscenza degli scritti sacri, i quali possono renderti savio a salute mediante la fede che è in Cristo Gesù» (2 Timoteo 3:14-15).

Lo stato della cristianità ci spinge a prendere una posizione di separazione dal male e a tenerci attaccati alla sua Parola per dare una fedele testimonianza a Dio in questi ultimi tempi. I fedeli di Filadelfia avevano questo carattere, poiché avevano serbato la sua Parola e non avevano rinnegato il suo nome. Questi sono i caratteri che presenteranno anche i futuri figli del Regno di Cristo. Al Salmo 1 leggiamo che essi si separano dalle vie dei malvagi e trovano il loro piacere nella legge dell’Eterno, e la meditano giorno e notte.

Lasciando i nemici in mezzo ad Israele, l’Eterno voleva anche che «le nuove generazioni dei figliuoli d’Israele imparassero la guerra». Quando ci si lascia abbattere dallo stato della Chiesa e dal male che vi domina, sembra a volte che non valga più la pena di combattere, e che la nostra parte sia esclusivamente quella dei settemila fedeli nascosti che non avevano piegato le ginocchia dinanzi a Baal, al tempo di Elia (1 Re 19:18). Sarebbe un grande errore. Noi tutti dobbiamo essere degli Elia; la lotta è più che mai necessaria. Il combattimento cristiano non è contro sangue e carne come quello d’Israele, ma contro le potenze spirituali della malvagità che sono nei luoghi celesti. Questo potere satanico è sempre all’opera per impedirci di prendere possesso delle cose celesti e ridurre il popolo di Dio in schiavitù. La nostra lotta sarà dunque tanto una guerra di conquista, quanto una guerra di liberazione. Il libro di Giosuè, come l’epistola agli Efesini, ci presenta il combattimento che deve metterci in possesso dei nostri privilegi. Il libro dei Giudici, come la seconda epistola a Timoteo, ha specialmente in vista il combattimento per la liberazione del popolo di Dio.

«Sopporta anche tu le sofferenze, come un buon soldato di Cristo Gesù», dice l’apostolo al suo fedele discepolo (2 Timoteo 2:3). «Soffri afflizioni, fa’ l’opera d’evangelista», dice più avanti ed aggiunge: «Io ho combattuto il buon combattimento» (2 Timoteo 4:5,7). Quale bontà da parte di Dio in questi tempi di debolezza generale, aver lasciato sussistere il nemico perché impariamo che cos’è la guerra! Il combattimento cristiano non cesserà mai quaggiù, ma il Signore dice: Abbi fiducia in me; ho messo davanti a te una porta aperta, e ho delle ricompense per chi vincerà. Ci accordi Dio d’avere a cuore la liberazione del suo popolo, sia per conquistare delle anime per mezzo del Vangelo, sia per liberarle dai loro legami per mezzo della Parola, la spada a due tagli dell’Eterno.

Next chapter »